Un libro su Chiusa Sclafani di Antonino Coscino, curato da Mario Liberto

 Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Questa riflessione di Cesare Pavese tratta dal suo libro “La luna e i falò” ha accompagnato tanti di noi, che per motivi di lavoro, hanno lasciato il proprio paese. Nonostante la lontanaza, però, ci portiamo dentro la certezza e la consapevolezza che nella nostra “terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Amore nostalgico, sentimento che soltanto chi è lontano dalla propria gente riesce a percepire e mantenere vivo. Il vissuto è qualcosa di forte, impossibile scrollarlo dalla propria vita, dal modo di essere. Lo rivivi continuamente, te lo porti addosso come un vestito, lo respiri, lo mangi, lo percepisci, per farla breve, è il compagno inseparabile che ti sostiene fino all’ultimo dei tuoi giorni. I volti della tua gente, pieni di preoccupazioni, di gioie, di timori, ti restanno impressi nella memoria e difficilmente riesci a dimenticare, e come in un meraviglioso pazzle, li incastoni in quell’intricato crocevia di parentele ed appartenenze. Ogni angolo di strada, ogni piazza, c’è sempre un ricordo che ti sollazza e ti richiama alla mente qualcosa: amori, dissidi, incontri, ecc. Non puoi fare a meno anche degli odori, quelli di ogni casa, sempre uguali immodificabili, indimenticabili, quelli da indovinare ad occhi chiusi come si faceva da bambino.   Melodia e suono è “la parlata” quella che non si scorda mai. Possono passare anni, trovarti a migliaia di chilometri di distanza, parlare altre lingue, ma ‘a parlata” quella che ti ha insegnato tua mamma, non la dimenticherai mai. “Parlata” fatta di inflessioni, cantilene, di suoni gutturali, indimenticabili restano anche quelli, insomma, un mondo che solo chi l’ha vissuto riesce a coglierne tutte le sfumature e le emozioni.  “U disiu” della tua terra si manifesta anche con quei ricordi di sapori e profumi, piatti di incontrastabile forza evocativa, che ti richiamano la festa, un concetto che Claude Lévi-Strauss scrive in maniera inequivocabile: ”E’ più facile perdere i codici linguistici che quelli alimentari”. Il tuo paese ti evoca anche le tipicità, i sapori e i profumi con i quali ti sei cresciuto. ‘Aranza e ciura, i munaceddi, i pupa cu l’ova, i mastazzoli, cannoli, panzerotti, i cirasi cappucci, a tabisca, il pane du furnu a ligna, i pasti di mennula, ecc. basta evocarli per sentire il loro profumo e sapore che ravviva l’“acquolina in bocca”. Memorie e ricordi, che come le rondini, ogni volta che puoi, ti spingono a  tornare. Questo vissuto ho intravisto nella tesi dello stimatissimo professore Antonino CoscinoTradizioni popolari in Chiusa Sclafani”, di cui è stato relatore l’etnoantropologo professore Giuseppe Cucchiara: “una fotografia” scattata alla comunità chiusese a metà del secolo scorso. Il lavoro del professore Coscino risulta interessante perché ha immortalato la cultura della nostra comunità evidenziandone tutti gli aspetti sociologici, economici e culturali che è anche, la risultante di quel processo naturale che nel tempo ha permesso alla popolazione locale di costruire il proprio futuro. Indagini che colgono i fenomeni etnoantropologici e sociologici indispensabili per la creazione di un avvenire civile migliore. Un lavoro che, con dovizia di testimonianze, ha inteso contribuire a quel recupero culturale (attraverso la ricerca di un’identità originale e originaria) di “un progetto” da far prevalere e perseguire per ricercare ed impossessarci delle nostre origini. Lo studio e la ricerca della storia locale costituisce uno dei segni positivi della cultura del nostro tempo. Il lavoro del professore Coscino attraverso: regole di vita, modalità di comportamento, protocolli di doveri reciproci a cui non si può venire meno, nonché feste, usanze, riti, preghiere, ecc. ricostruisce e testiminia il nostro passato. Nessun uomo, ma, ancor più, nessuna comunità può fare a meno del suo passato; ogni individuo è il frutto delle esperienze della sua vita, attraverso le quali il passato fa parte e determina il presente». Ed inoltre, prendendo in prestito le parole di Domenico Portera: “ Se le comunità non avessero una memoria storica, se distruggessero i legami coscienti e meditati con il proprio passato, con la propria storia, non avrebbero la forza di affrontare le difficoltà del presente, non potrebbero integrare le novità che la storia porta con sé in una tradizione che salvaguardi dalla distruzione e dall’imbarbarimento”. Il professore Coscino ha associato alla ricerca documentaria anche quel sentimento d’amore nostalgico e identitario che sono gli elementi fondamentali per un risultato fertile e positivo. In sette capitoli è raccontata la vita della nostra comunità di un perido storico di passaggio tra il moderno e il post moderno, l’ultima testimonianza prima della rivoluzione etnoantropologica dei territori rurali siciliani, ragione per cui, risulta indispensabile e preziosa la rilevazione effettuata, che ci consente di salvare e recuperare la nostra antica e foriera cultura chiusese.

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