Giuseppe Di Giorgio, un medico di campagna, di Mario LIberto

giuseppe di giorgioUn medico di campagna. Non era solo il titolo di un suo libro, ma era lo stile di vita di un professionista che aveva fatto della medicina una missione nel suo paese natio. E dire che avrebbe potuto ambire, data la sua preparazione, a ruoli e posti più prestigiosi, ma lui ha preferito così. Chissà, forse spinto dall’ amore che ha sempre avuto e mantenuto per la sua terra, manifestato, non solo con un attaccamento sviscerato per la sua gente, ma anche, reso noto con alcune pubblicazioni che sono rimaste pietre miliari nella storia di Chiusa Sclafani. Uomo umile e mite che rendeva umana la sua professione. Un’attività svolta con dignità ed abnegazione, dove l’esperienza, conseguita giorno dopo giorno, diventa elemento indispensabile per acquisire la fiducia dei pazienti. Una figura che è rimasta indelebile nella memoria delle ultime generazioni.

Era metodico. Alle otto del mattino, con il suo passo lento e dondolante appariva, con i suoi cento chili abbondanti, dall’atrio del castello che fu di Matteo Sclafani; attraversava Piazza Castello, quindi passava davanti il circolo Trinacria, il municipio, via Ferina ed ecco arrivato all’Ufficio postale. Ritirava la posta, poi il giornale dall’amico Nino Masseria e tornava a casa rifacendo inversamente il medesimo percorso. Nelle giornate di pioggia utilizzava la sua 127 verde. L’ambulatorio, che nel frattempo lasciava aperto, al ritorno era già gremito e quindi poteva iniziare le visite mediche che si protraevano finché non c’era più nessuno che chiedeva di essere visitato. Per tutti, oltre alla medicina, aveva sempre una parolina dolce e rassicurante che rappresentava la vera cura a tante sofferenze, non solo fisiche, ma anche psicologiche e purtroppo economiche. Nel pomeriggio si recava a visitare i suoi malati con la pazienza e la gentilezza di un galantuomo spinto dalla passione e l’amore per il prossimo. Uomini di altri tempi, che non hanno niente di meno di quei medici “in prima linea” che puntualmente la televisione ci propina. La domenica pomeriggio partecipava alla santa Messa celebrata dal suo carissimo amico padre Vincenzo Fici, interlocutore per qualche ora preserale al circolo Trinacria. A lui era riservato l’angolo a destra della chiesa di san Sebastiano; se ne stava lì immobile, raccolto come se non volesse farsi notare. Padre e marito esemplare, sfortunatamente rimasto vedovo in età giovanile seppe mantenere un serio contegno, senza mai creare dicerie o pettegolezzi. Non esisteva malattia che lui non spiegasse ai suoi pazienti. In siciliano perfetto, trovando espressioni scientifiche facilitate, esprimendole nella maniera più comprensibile ed accessibile a tutti: malattia, decorso e cura. E se per caso i suoi pazienti non capivano, tornava a rispiegare. Dei suoi malati conosceva ogni loro segreto. La gente con lui si confidava; sapeva inoltre ascoltare, virtù oramai dimenticata. E li ascoltava fissandoli negli occhi, nel frattempo, mordicchiandosi le labbra, vizio, si fa per dire, che non riuscì mai ad abbandonare. Per Giuseppe Di Giorgio ognuno, anche il più umile e semplice, nascondeva un tesoro prezioso per agli altri. Medico, confessore, amico, una lunga sommatoria di professioni conseguite sul campo che metteva a disposizione della sua gente.

Era nato a Chiusa Sclafani il 16 novembre del 1915. Il padre Ferdinando svolgeva la professione di farmacista ed era discendente, da tre generazioni, di un’illustre dinastia di speziali ed aromatai. La conoscenza farmaceutica, argomenti che aveva appreso da ragazzo sostando nella farmacia del padre, intento a preparare pomate, infusi di poligola e tiglio per le affezioni polmonari, colliri, ecc. gli consentivano di sapere dare la giusta prescrizione medica ai suoi pazienti. Giuseppe, terminate le scuole elementari, proseguì gli studi classici. Conseguita la maturità si iscrisse alla Facoltà di Medicina e chirurgia, che frequentò con assiduità e passione, laureandosi nel 1941 in Medicina e Chirurgia con 110 e lode. Negli ultimi anni di frequenza si perfezionò nelle varie materie (specialmente in medicina chirurgia ed ostetricia), per cui, quando iniziò la professione di medico condotto, aveva già una certa preparazione, con la quale poté affrontare con sicurezza i casi più disperati. Sposò Enza Petruzzella, dalla quale ebbe tre figli: Celestina, Ferdinando e Maria Pia; purtroppo, la sua compagna lo lasciò troppo presto con i tre figli in tenera età.  Per anni esercitò la professione di medico condotto e successivamente anche quella di Ufficiale Sanitario. Era un medico senza orari né onorari e conosceva benissimo la sua professione. Chirurgo, ginecologo, dermatologo, ecc. era uno degli ultimi medici condotti a sapere risolvere i casi di primo intervento, il tutto contraddi­stinto da una modestia francescana. Una umiltà che mantenne anche quando fu nominato ufficiale sanitario. Dal 1980 fino al 1987 tenne l’attività come libero professionista, dedicandosi anche con passione alla medicina preventiva contro i tumori e la droga. Il buon Dio lo chiamò a sé qualche giorno prima del Natale del 1996, lasciando tra i suoi pazienti e compaesani l’affetto e la stima che per tutta la vita l’avevano contraddistinto. Un uomo che ha sofferto nel silenzio e nella solitudine di vedovo e di padre e che avrebbe lasciato volentieri al figlio Ferdinando, ragazzo dotato di spirito libero, cui il mondo non ha avuto mai confini, la sua eredità professionale, raccolta egregiamente dalla figlia Maria Pia. La testimonianza più sincera è stata il suo libro “Memorie di un medico di campagna”, nel quale ha saputo raccontare in maniera semplice la sua professione, il suo modo di porgersi, la storia della sua gente e del suo paese. Giuseppe Di Giorgio, oltre ad essere un ottimo medico, è stato un valente letterato; sulla scuola dei due grandi studiosi siciliani Giuseppe Pitrè e Salvatore Salomone Marino, ha saputo, attraverso il rapporto clinico con i suoi pazienti, evidenziare la ricerca antropologica e farla sfociare in quella scienza più comunemente conosciuta come demopsicologia. La sua opera risulta così preziosa perché semplice e vera, dove emergono, a parte i suoi libri di storia, personaggi e poveri cristi di cui nessuno ha fatto cenno, e che grazie alle sue pubblicazioni resteranno immortali. Una maniera intelligente per ricordare la sua professione, la storia del suo paese dell’ultimo secolo, un secolo pieno di contraddizioni e di speranze. Giuseppe Di Giorgio trasferiva lo stesso rigore clinico, adoperato per i suoi pazienti, anche a tutti gli aspetti sociali e culturali. Una radiografia ad occhio nudo che gli consentiva di carpire e catalogare con capacità scientifica, gli umani ed inumani segreti di ogni suo paesano, rapportato con l’intera famiglia, andando così a costituire un mosaico dell’intero tessuto sociale ed economico locale. A ciò si aggiunga la conoscenza di ogni singola pietra del paese. Da tutto ciò si ottiene una mistura sapiente di elementi che con maestria ha amalgamato, dando vita ad una rappresentazione di Chiusa Sclafani, di cui egli stesso, non è solo il regista, ma anche l’attore protagonista, cambiando di volta in volta ruolo e trama. Allo studioso Di Giorgio va dato anche il merito di avere salvato dalla globalizzazione, oltre alla cultura di un passato, condizione indispensabile per affrontare il futuro, la sapiente cultura eno-gastronomia di una comunità fortemente ricca di segreti com’è quella chiusese, anticipando il nuovo filone del turismo enogastronomico. Un salvataggio fatto attraverso la conoscenza di prodotti e piatti tipici che ha consegnato alle generazioni future, suf­fragato, tra l’altro da supporti storici, su cui improntare una serie di iniziative valide a creare presupposti di sviluppo. Tutta la sua attività letteraria costituita da libri ed articoli è esposta in maniera semplice e comprensibile e rappresenta la pietra miliare della storia di Chiusa Sclafani e della sua popolazione. Le opere più significative sono: Storia di Chiusa Sclafani e della Frazione di San Carlo; Memorie di un medico di campagna; Il Castello di Patellaro; Chiusa Sclafani in cucina usanze, tradizioni e ricette; Dizionario dei chiusesi (dal 1 320 ai giorni nostri). Uomo, padre, medico, letterato modello da seguire; l’uomo più insigne dell’ultimo secolo di Chiusa Sclafani e forse per questo, per mantenere vivo il suo ricordo, sarebbe d’obbligo dedicargli, almeno, la Biblioteca comunale del suo, tanto amato, paese.

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