Il nuovo libro di Nicolò Sangiorgio: Proverbi, soprannomi, Preghiere, Canti, Filastrocche, in uso a Lercara Friddi, di Mario Liberto

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Mario Liberto

“Aristotele, maestro dei sapienti, diceva che: «Bisogna av­valerci senza misura di tutto ciò che fino ad oggi è stato trovato e sforzarci di scoprire tutto quello che rimane occulto».Tra gli aforismi e le citazioni del filosofo greco, quella sopra riportata si addice in maniera encomiabile a Nicolò Sangiorgio, storico locale lercarese, il quale non ha mai smesso la ricerca sulla sua Lercara Friddi, omaggiando scrigni di raffinata cultura che impreziosiscono il “tesoro della conoscenza” della cittadina del Madore e che lo proiettano, così come diceva Lev N. Tolstoj: “Se vuoi essere universale parla del tuo paese” in un contesto internazionalculturale. Mirabili sono le sue singolari opere che raccontano e chiariscono la complessa storia della cittadina di Lercara Friddi degli ultimi due secoli. Soprattutto le recenti opere sono legate da un fil rouge, che sapientemente, raccontano gli aspetti storici, culturali e sociali del mondo dei contadini e dei zolfatari della sua comunità; lavori unici, mirabili, ricolmi di diversi significati. Con una ricerca certosina, a tutto tondo, ha ricostruito minu­ziosamente le speranze e le delusioni del secolo “dell’oro giallo” dell’unica municipalità della provincia di Palermo dove lo zolfo è presente. Le vicende narrate non sono dissimili da quelle raccontante nei territori agrigentini e nisseni, ma assumono una loro peculiarità, poiché nascono e interagiscono in contesti sociali differenti. Sangiorgio, con dovizia di particolari, intelligentemente, lega gli avvenimenti delle lotte contadine dei Fasci siciliani, che cul­mineranno con il “Natale di sangue del 1893”, con la insostenibile vessazione dei zolfatari. Aspetti che in una concezione storica settoriale non sono mai stati messi in relazione, come se si trattasse di due compartimenti di malversazioni differenti uno dall’altro: contadini e zolfatari. Preziose sono state le sue ricerche sulle origini di Frank Sinatra e di Lucky Luciano, entrambi oriundi lercaresi, che gli hanno consentito di essere apprezzato da scrittori e giornalisti di fama internazionale. Per questa sua preziosa e minuziosa attività letteraria Sangiorgio può essere ricondotto a storici che, come Ecateo di Mileto, vengono chiamati nell’uso moderno “logografi”, cioè coloro che cercavano di ridurre ad univocità racconti mitici, istituzioni di culti e feste reli­giose, descrizioni di luoghi, di popoli e dei loro costumi, fondazioni di città, ecc. Ai logografi greci sembrano riallacciarsi gli storiografi siciliani “municipali” che dal Cinque all’Ottocento, sulla scia della grande ricerca erudita di Tommaso Fazello, Rocco Pirro e Vito Amico, hanno narrato le vicende delle loro città: Claudio Mario Arezzo (Siracusa), Agostino Inveges (Palermo e Caccamo), Luigi Tirrito (Castronovo), Gaetano Di Giovanni (Casteltermini), ecc., spesso con una visione storica di natura nostalgico-romantica. Certamente a questa categoria di studiosi, fortunatamente mai estintasi in verità, appartiene Nicola Sangiorgio, che con questa sua opera; “Proverbi, soprannomi, preghiere, filastrocche in uso a Lercara Friddi”, ci presenta il frutto di una sua lunga e minuziosa ricerca etnoantropologica, puntualmente verificata sul campo, tesa ad illustrare il modo di essere della comunità lercarese. Una comunità, che pur considerata “giovane” ha una sua cul­tura e che, in un linguaggio dialettale semplice, colorito e ricco di immagini, dolce e armonioso, sa esprimere le sue vicende, le sue ansie, le sue speranze, le sue delusioni, i modi di vivere. E proprio nelle tradizioni essa manifesta la sua vera anima con l’intensità e la forza dei suoi sentimenti e delle sue passioni, che trovano un riflesso nella religione della casa e degli affetti dome­stici, nella vita sociale, nelle feste, negli spettacoli, nei canti, nelle preghiere, nella poesia. L’opera di Sangiorgio ha come obiettivo quello di continuare, attraverso questa preziosa raccolta, la memoria spesso limitata alla trasmissione orale e, proprio per questo, soggetta a una disgrega­zione lenta ma inesorabile. È anche una ricerca che vuole scoprire e conservare un patrimo­nio culturale che affonda le radici nelle tradizioni orali dei lercaresi che ha formato per secoli la saggezza del nostro popolo. Far rivivere, dunque, le tradizioni popolari è opera lodevole per­ché non significa nostalgia del passato ma vivere in un presente che si proietta verso l’avvenire per costruire il nuovo nella rivalutazione delle proprie radici culturali. Un patrimonio che si trasforma, si modifica e rischia di perdersi, vuoi per i cambiamenti verificatisi nell’economia, nella società che da agricola è diventata post industriale, e soprattutto per l’avvento dei mezzi di comunicazione di massa, soprattutto quello della rete, per questo motivo deve essere conosciuto, apprezzato ed amato dalle nuove generazioni che cercano il passato per proiettarsi verso il futuro.

 

Mario Liberto

(Scrittore e giornalista)

 

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