Giovanna Fileccia e la poesia sculturata come ricerca e tessitura del destino umano, di Pippo Oddo

Copertina La Giostra dorata del Ragno che tesse-1Bianca la campagna,
nivura la simenza,
l’omu chi simina
sempri pensa.

È una perla di saggezza campagnola che i vecchi contadini del mio paese, perlopiù analfabeti, ancora nel secondo dopoguerra chiamavano dubbiu, indovinello. Ma c’era poco da dubitare. Era risaputo (non solo al mio paese ma in tutti i comuni rurali a vocazione cerealicola dell’Isola) che quella frase era un inno alla scrittura, paragonato all’atto più sacro del lavoro agricolo: la semina dei cereali, dal cui esito dipendeva la sopravvivenza della specie umana. Parlando di bianca campagna, si alludeva alla carta da scrivere, di nero seme all’inchiostro e di seminatore a colui che scriveva. E scrivendo, cercava di chiarirsi le idee sul significato dell’insieme dei segni che stava imprimendo sul foglio e sull’effetto che avrebbero avuto sui destinatari del messaggio. Pensava e rifletteva, chi scriveva, s’interrogava sul senso stesso della vita con la medesima trepidazione del contadino che sacrificava alla Madre Terra parte del poco grano di cui era in possesso, senza nessuna certezza di poterne raccogliere di più nell’estate successiva!
Ora, all’epoca in cui cominciò a padroneggiare la tecnica dello scrivere, Giovanna Fileccia forse non conosceva questo dubbiu né, tanto meno, il suo significato, anche perché era nata a metà degli anni Sessanta del secolo scorso, quando la cultura contadina volgeva al tramonto, e lei viveva a Palermo, lontana dai campi seminati a grano. Si era, tuttavia, resa conto che la scrittura era un formidabile strumento del comunicare, una corsia privilegiata per veicolare in chiave lirica i bisogni, le emozioni, gli stati d’animo e i sentimenti che s’affollavano in modo caotico nella sua mente. Fatto sta che, come scrive Maria Antonia Manzella, già in età scolare «componeva poesie “per capire e farsi capire”, per cercare la sostanza delle cose, creando così pian piano un suo stile personale. Ultimati gli studi tecnici, Giovanna, leggendo e studiando da autodidatta, si è arricchita di contenuti, ha maturato una formazione culturale ricca, profonda, unica […]. Le sue poesie “all’origine erano pensieri, pensieri che sbocciano per essere parole, parole libere, personali, obbligate a divenire intimamente plateali”, nel momento in cui i lettori sbirciano tra i cassetti».
Ma doveva pure arrivare il momento che la vis poetica abbattesse le barriere del suo poetare segreto per un innato senso della riservatezza. E allora le parole e i pensieri di Giovanna si fecero ancora più liberi e raffinati, pregnanti di valori umani, rispettosi del prossimo e di quel poco che ancora resta della circolarità dialettica “natura-uomo-società-natura”, tanto cara all’antropologo di scuola catanese Maria Elisa Brischetto. Se ne trova inequivocabile traccia nell’introduzione che la stessa Giovanna ha scritto alla sua seconda raccolta di poesie, La giostra dorata del ragno che tesse, oggetto di questa breve riflessione.

Spesso paragono la scrittura ad un ricamo prezioso – confessa –, piccoli punti che fanno affiorare un disegno ben definito: una nave che lascia la scia, un gabbiano che stride nel cielo, un fiore che schiudendosi profuma, un gatto che soddisfatto fa le fusa. Mi piace pensare alla poesia, come se fosse una ragnatela di parole, con gli spazi vuoti, intervallati da versi e strofe.
Tutto ciò è spia di una bellezza interiore non comune, trasparente come l’acqua pura. Nulla farebbe pensare, insomma, che la Nostra abbia alle spalle un vissuto difficile, irto di sofferenze ineffabili e difficoltà relazionali inaudite. Nata a Palermo, aveva 13 anni quando – nel settembre 1978 – per ragioni di lavoro il padre, artigiano del vetro, trasferì l’attività e la famiglia a Cinisi. L’impatto con la nuova comunità per Giovanna, spaesata e forse anche un po’ prevenuta, non fu dei migliori. Accolta con inaspettata freddezza dai coetanei, dovette fare presto anche i conti con una salute cagionevole che la costrinse «quasi sempre a letto dai 14 anni in poi», rendendole pertanto difficile «svolgere, per molti anni, ogni attività del vivere quotidiano».
Non per questo si lasciò sopraffare dalle bizze di un destino cinico e imbroglione. Piuttosto che alzare bandiera bianca, Giovanna chiamò a raccolta tutte le risorse interiori e la “cultura del fare” respirata in famiglia per tessere la trama di un progetto esistenziale più armonioso e gratificante. Ma forse è il caso di far parlare lei: «Ho iniziato a dare ripetizioni a bambini e ragazzi di scuola media e ho continuato per circa dieci anni. Allo stesso tempo ho cominciato ad appassionarmi alla sartoria disegnando e realizzando abiti eleganti per donna. È in quel periodo che, nonostante il divieto dei medici, mi sono sposata e sono addirittura diventata madre… In seguito ho scelto di spendere parte della mia creatività nell’arredamento con la consapevolezza le case in cui viviamo rappresentano i nostri nidi ed è importante che siano personalizzate. Ogni casa dovrebbe rispecchiare il carattere di chi la vive. Negli anni ho continuato a studiare lettere e filosofia con un gruppo di persone, a guidarci il professore Paolo Misuraca: devo a lui la mia facoltà di vedere oltre, in quel periodo ho rafforzato il mio desiderio di scrivere e comunicare».
E così la ruota del destino prese a girare a poco a poco per il verso giusto. Alessandro, suo marito, si rivelò un riferimento roccioso e un partner comprensivo. I frutti del loro amore si materializzarono presto con la nascita di due figli. Leo venne al mondo nel 1988, Fabrizio nel 1992. Il primogenito ormai è odontotecnico, ma anche grafico e pittore, nonché autore della copertina di questo libro; il piccolo, musicista. Una famiglia di artisti, insomma.
Fu appunto la vocazione per l’arte – intesa nel senso più generale del termine, coltivata segretamente anche da Alessandro – il deus ex machina che portò al centro della scena l’estro inventivo di Giovanna, fatto di poesia, armonia ritmica e cromatica, fabbrilità creativa di rara ricercatezza. Ut pictura poesis, è il caso di dire con il poeta latino Quinto Orazio Flacco (Venosa 65 a.C. – Roma 8 a.C.), tenendo però presente che dal Rinascimento in poi tale espressione indica, non solo la pittura e la poesia, ma (come sostiene Simona Selene Scatizzi) la stessa «dottrina del paragone fra arte e letteratura, base dalla quale non può fare a meno di prendere avvio ogni discorso sulla teoria e sulla critica moderna».
Nel dicembre 2009 Giovanna e il marito parteciparono con una loro creazione artistica, Il Gesù agli uomini e gli uomini al Gesù, ad una rassegna di presepi indetta dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Cinisi. E catturarono l’attenzione dei visitatori per l’originalità dell’allestimento articolato in tre parti: la base, i personaggi e il cielo. La base è un sole pitturato simboleggiante la luce proveniente dal Bambinello Divino ma anche (come si poteva leggere nella nota esplicativa esposta dagli autori accanto al presepio) «il mondo con i suoi mille colori e la terra sottolineata dalla spirale di sassolini che parte dal centro del sole e si estende all’infinito». I personaggi, pupazzi di stoffa senza lineamenti in viso, sono «disposti a spirale e guardano tutti a Gesù», ma restano pur sempre «”metafore”… punti di luce nell’eternità del tempo». A delineare il cielo sono dei «nastri colorati che, salendo a spirale, ritornano ai personaggi a significare che gli uomini sono materia e sebbene la loro essenza salga al cielo tramite Gesù, essi restano con i piedi ben piantati sulla terra».
In ogni parte del presepio compare la figura della spirale, la cui ricchezza di significati simbolici non sfuggiva nemmeno ai nostri antenati della preistoria. «La spirale – si legge nel Dizionario dei simboli di Jean Chevalier e Alain Gheerbrant – è un simbolo di fecondità acquatico e lunare. Disegnata sugli idoli femminili paleolitici, essa omologa tutti i centri della vita e della fertilità […]. Vita, perché indica il movimento in una certa unità d’ordine, o inversamente, la permanenza dell’essere nella mobilità». Presente in natura (lumache, conchiglie, viti, convolvoli, ecc.) e in tutte le culture, la spirale «è ed esprime emanazione, estensione, continuità ciclica in progresso, rotazione di creazione». Non può allora sorprendere se gli autori ne fecero il tema dominante del presepio e dell’amorevole interscambio di doni fra il divino e l’umano «in cui il Gesù offre se stesso come luce per l’umanità e l’uomo gli offre se stesso pulito e mondato da ogni impurità».
La sorpresa è, semmai, che il leitmotiv filosofico, religioso e artistico caratterizzante il presepio della Fileccia e del marito trae ispirazione e alimento da una poesia che lei aveva scritto nel 2006: Metafore, di cui vale la pena riportare i primi e gli ultimi due versi. I primi: Noi, creature/ Metafore… che interrompono l’eternità. Gli ultimi: Occupiamo un piccolo spazio/ che sta al margine del nostro tempo. C’è, nell’insieme di questo breve componimento poetico, la consapevolezza della condizione precaria e marginale della vita umana nell’eterna durata dell’alternanza delle generazioni secondo il disegno divino, che sarà una costante e quasi stella polare della successiva produzione artistica di Giovanna.
E poiché la poesia «e gli intimi afflati da cui è pervasa», aggiungerebbe Franco Vetere, «connotano le sensazioni percepite dall’anima in una simbiosi di momenti cerebrali e fisici che trovano in alcuni passaggi essenziali dell’esistenza – quali l’esperienza del vissuto, del presente e l’intuizione del futuro – la condizione ideale per esternare o mitigare il travaglio del proprio “IO”, di sublimarlo o consapevolmente renderlo duttile come strumento di comunicazione dello spirito», non è poi azzardato concludere che il dono che nel 2009 Giovanna fece al Bambinello Divino possa considerarsi anche la prima bozza del suo manifesto poietico emozionale, che si andrà precisando meglio negli anni seguenti per raggiungere un’alta vetta espressiva, appunto, nel libro La giostra dorata del ragno che tesse, costruito con meticolosa attenzione all’esplorazione dei “mondi incogniti” dei sentimenti umani, ma anche ai drammi tipici del terzo millennio come la condizione femminile e l’aggravarsi dei disastri ecologici. È appena il caso di anticipare che la Fileccia ammette che “forse” l’immagine della giostra dorata abbia cominciato a profilarsi nella sua mente appunto in occasione della rassegna di presepi nel Palazzo dei Benedettini.
Ma, comunque si voglia interpretare quell’evento, non c’è dubbio che proprio in quei giorni a Cinisi qualcuno (non ultimo dei quali l’assessore comunale alla Cultura) cominciò a capire che Giovanna aveva la stoffa per uscire dall’anonimato. Iniziava nel contempo a perdere spessore e consistenza lo stesso luogo comune paesano che identificava i palermitani quasi esclusivamente con i “Totucci” che, allo spuntare del primo sole di primavera, iniziavano a sciamare disordinatamente verso i campi con le moto-api e le automobili cariche di tavolinetti, scanni, sedie pieghevoli, graticole, grosse ruote di salsiccia infilzata e capienti teglie di anelletti al forno. E contemporaneante si irrobustiva e conquistava nuovi proseliti la consapevolezza che la vicina metropoli era ad un tempo laboratorio di nuove idee e collaudata fucina di teste pensanti, insegnanti, educatori, artisti e poeti, destinati a rivitalizzare la cultura anche nei comuni rurali immiseriti dall’urbanesimo, dall’emigrazione e dalla conseguente fuga dei cervelli verso la città.
Bisognava, nondimeno, aspettare l’autunno del 2011 perché il nome di Giovanna spiccasse il volo come farfalla appena uscita dal bozzolo e rilucesse di luce interamente sua. A dargliene l’occasione fu l’assessore del Comune di Cinisi Vincenzo Cusumano, che nel 2011 le propose di partecipare alla Prima Settimana della Cultura con una mostra di poesie, che si sarebbe inaugurata il 12 novembre. E lei non se lo fece chiedere due volte. Selezionò 18 poesie, cui diede il nome Sillabe nel Vento, e le espose in 4 pannelli negli spazi assegnati nell’atrio dell’edificio comunale, già corte benedettina. «Fino a quel momento quasi nessuno sapeva che io scrivessi», afferma non senza commozione la poetessa, rivivendo il tumulto emotivo di quel giorno.
La poesia che più colpì i visitatori fu quella che diede il titolo alla mostra, Sillabe nel vento, appunto, la cui prima strofa recita: Vorrei scrivere una poesia senza parole/ le cui sillabe si disperdano nel vento/ vorrei che volasse con la forza del pensiero/ e che arrivasse nel caos delle menti. L’ultima: Vorrei scrivere una poesia senza parole/ una poesia che nella sua coerenza/ sia totalmente sconclusionata/ perché ognuno possa prendere ciò che gli serve/ per far luce nel caos della sua mente. Ma tutte le poesie esposte in quei giorni erano belle e – a prescindere dai messaggi che contenevano – fu allora a tutti chiaro, a Cinisi, che Giovanna, la timida sartina-arredatrice palermitana dalle mani d’oro, era pure baciata dalla Musa.
La sorprendente scoperta fece crollare gli ultimi bastioni dell’incredulità cinisara meno di due settimane dopo, quando il 25 novembre – mentre nell’atrio del Palazzo dei Benedettini era ancora visitabile la mostra Sillabe nel Vento –, la Fileccia si aggiudicò il 1° posto in entrambe le sezioni del Premio letterario “Giovanni Meli” con le poesie Nuova vita e Tramontu spiranzusu. Il 14 novembre 2012 ebbe così gioco facile per vincere ancora una volta il primo premio con la poesia Chiantu d’autunnu nella nuova edizione dello stesso premio letterario intestato all’abate Meli, il vate palermitano che per 5 anni (1767-1772) era vissuto a Cinisi, «dove si formò o si fissò il mondo intimo della sua poesia, tra le bellezze e la pace della natura». Da quel momento Giovanna passa di successo in successo: premi, riconoscimenti, interviste…
Nel frattempo la raffinata sensibilità artistica e il linguaggio poetico della Nostra cominciavano ad essere apprezzati anche nei comuni vicini. Già nel periodo natalizio del 2011 Giovanna e il marito Alessandro Di Mercurio partecipavano ad concorso di presepi nella esclusiva cornice della Cantina Borbonica di Partinico, ancora una volta con Il Gesù agli uomini e gli uomini al Gesù e la poesia Metafore, e ottenevano il 1o premio dalla giuria «per aver saputo rileggere, con tocco poetico, il mistero della “nascita di Gesù” riproponendolo in chiave attuale moderna e universale». Nel giugno 2012 Giovanna ottiene la menzione di merito per la poesia Sillabe nel vento al Premio letterario “Arte d’amare”. Sull’onda dei ripetuti successi, si lascia convincere dagli estimatori a pubblicare la prima raccolta di 48 poesie (in italiano e in siciliano), una favola e un racconto in prosa poetica siciliana, cui diede il titolo che le aveva già portato fortuna: Sillabe nel vento.
Stampata nell’ottobre 2012 dalla casa editrice Simposium, l’opera prima della Fileccia viene presentata il 16 novembre dello stesso anno, in occasione della Seconda Settimana della Cultura, dentro il Palazzo dei Benedettini. Ed è successo strepitoso. «Mi sono veramente commossa – confessa a caldo Giovanna – e mi sono chiesta: “ma queste parole le ho scritte realmente io?”. C’è un attimo nella vita di ognuno nel quale si chiarisce un punto, una situazione particolare…per me ciò è avvenuto ascoltando le mie poesie. Ho visto negli altri l’emozione dipinta sui loro volti. Ho sentito la piena partecipazione di un così attento pubblico. Tutti noi presenti immersi in un silenzio voluto, dove solo la poesia parlava. In quell’attimo mi è stato chiaro il perché scrivo. Io scrivo per condividere sensazioni, stati d’animo che la vita ci regala; cerco di chiarire pensieri e concetti esprimendoli al netto di ogni interferenza; espongo il mio personale punto di vista, lasciando spesso il significato in sospeso… per consentire ai lettori di interpretarlo in assoluta libertà. Auguro a tutti quelli che, come me, scrivono di poter provare la stessa emozione che ho avuto io».
Dopo la pubblicazione del libro, prendendo a modello ciò che aveva fatto allestendo il presepio Il Gesù agli uomini e gli uomini al Gesù, ispirato dalla poesia Metafore, Giovanna si dà un programma di lavoro volto a realizzare per ogni poesia edita un’opera d’arte materica capace di conferire plasticità e colore ai messaggi e alle emozioni espressi in chiave poetica. S’inventa perciò l’espressione “poesia sculturata”, «per poter meglio descrivere il connubio tra poesia e materia». L’idea piacque all’associazione culturale ASADIN che promosse una mostra itinerante dal titolo Poesia Sculturata. Frammenti… di Giovanna Fileccia articolata in sei tappe (dal 22 marzo al 22 settembre 2013) in diversi locali, tra Cinisi e Terrasini.
«Per quanto riguarda le mie creazioni materiche – ha tenuto a farmi sapere Giovanna –, credo che sia un processo molto introspettivo: ho ritrovato dei miei disegni di tanti anni fa che riportano le stesse forme e in alcuni casi anche gli stessi colori delle mie creazioni. Frammenti che narrano le tante me stesse che convivono dentro me. Mi viene spontaneo utilizzare materiale di recupero unitamente a parole ed elementi della natura: sabbia e sassi, conchiglie, stoffe ma anche bottoni e ricami. È come se avessi bisogno di assemblare tutti gli elementi per creare qualcosa che ai miei occhi comprenda il Tutto Che Mi Attornia. Quindi credo che il rapporto che esiste tra me, natura, parole e immagini sia primario, è permeato dalla volontà di esternare la mia personale visione al meglio delle mie possibilità, cercando di comunicare il mio mondo interiore dove spirito e materia convivono insieme, tra armonia e conflitto, in perenne movimento, o scillando tra cielo e terra. Mi ritrovo al centro del cerchio, inseguendo una parvenza di equilibrio; cercando di rintracciare la mia essenza attraverso il contatto con la terra; lasciando che lo spazio attorno a me si riempia di quelle parole che mi aiutano a comunicare meglio con chi mi sta vicino».
La concezione del mondo e della vita e il geniale linguaggio espressivo di Giovanna, letterario e plastico-figurativo, sono stati oggetto di entusiastici apprezzamenti da parte di quanti ebbero la fortuna di assistere alla mostra. La psicoterapeuta Caterina Vitale, ad esempio, ritiene che le opere materiche realizzate dalla Fileccia, con «le spirali, i cerchi, la sabbia e i fili rievocano inevitabilmente le antiche immagini del mandala, quelle immagini così arcaiche che in lei sono apparse spontaneamente senza alcuna consapevolezza […]. Dal sanscrito il termine mandala è comunemente tradotto come “centro o cerchio”, che contiene in misura potenziale tutte le possibili manifestazioni, ovvero le complessità dell’esistenza e, al tempo stesso, il Caos primordiale, ordinate però in maniera precisa attorno al punto centrale di origine. Si tratta quindi di uno “spazio sacro”, quale rappresentazione dinamica del Cosmo e della vita umana, secondo
il principio di equivalenza tra macrocosmo e microcosmo, come molti miti testimoniano».
E anche quando qualcuno ha suggerito garbatamente di chiamare “installazioni artistiche” le opere tridimensionali che Giovanna aveva realizzato ispirandosi ai versi delle poesie raccolte nel volume Sillabe nel vento, l’ha fatto in perfetta buona fede e animato dal generoso proposito di valorizzare lo sforzo creativo dell’autrice. Generosità che ha finito per sostanziarsi in un vero e proprio vulnus destabilizzante dell’espressione “Poesia sculturata”, che non era tanto e soltanto una parte del titolo della mostra itinerante, ma quanto e soprattutto un nuovo, gioioso parto della fantasia creativa e quasi marca di riconoscimento (come la Z di Zorro) di una valente artista-artigiana che, pur mantenendo i piedi per terra, non rinuncia a volare alto per esprimere il meglio di se stessa reinterpretando i versi con prodotti della sua manualità virtuosa e scaltrita, e non senza la consapevolezza che la produzione artistica, quel «piacere senza interesse» teorizzato da Kant, può rivelarsi un provvidenziale antidoto all’egoismo, alla prepotenza, all’uso a rapina del territorio e al consumismo sfrenato che hanno fatto del mondo una grande pattumiera.
Come chiamare, allora, le opere tridimensionali di Giovanna, installazioni o sculture? Per quanto mi riguarda non ho la competenza per pronunciarmi nel merito. Avendo, però, seguito da vicino nel corso degli anni ’90 l’attività di Francesco Carbone (valente critico d’arte e pioniere delle installazioni rurali) e il suo grande amico Calogero Barba (scultore dotato di grande sensibilità antropologica e autore di non poche pregevoli installazione d’arte), mi limito ad affermare con il primo che l’installazione rappresenta, sì, il superamento del quadro e della scultura tradizionali, ma «le forme degli oggetti disposti nello spazio fisico che le accoglie» si offrono «anche alla componibilità e scomponibità di collocazione, sia da parte dell’artista che dall’osservatore», cosa che non è possibile fare con le creazioni che Giovanna ha presentato nella mostra itinerante per dare forma e colore alle spirali dei suoi pensieri già veicolate dalle omonime poesie.
D’altro canto, come aveva notato prima dell’era cristiana il poeta lirico greco Simonide di Ceo (morto a Siracusa attorno al 467 a. C.), «la pittura [leggi opera d’arte figurativa] è una poesia muta, e la poesia una pittura parlante». Armata da questa consapevolezza, Giovanna, che conosce i linguaggi di entrambe le forme espressive, e vive in un’epoca in cui sono saltati tutti gli schemi del fare arte e comporre versi, si è posta il problema di accostare in modo inscindibile le parole alle immagini, come aveva visto nei fumetti che leggeva da bambina, superandone peraltro i limiti, dando alle creazioni “mute” una tridimensionalità in modo da poter soddisfare in chi vi si accosti, oltre alle sensazioni visive ingentilite da ritocchi cromatici, anche quelle tattili e – perché no? – le olfattive, scegliendo materiali provenienti dal mare, dal mondo vegetale e animale. Ed io invado le pareti della casa di Tano/ con parole poetiche impastate/ a sabbia/ a pelle/ a pietre/ a colori, si legge in una sua poesia, La casa di Tano, appunto, su cui avremo modo di tornare.
Certo è che Giovanna è andata avanti sulla strada intrapresa, e continua a realizzare preziose opere tridimensionali ispirate dai suoi componimenti poetici, editi e inediti. Le sue poesie sculturate sono state oggetto d’attenzione anche a Palermo e non hanno smesso di mietere consensi e riconoscimenti, ovunque siano state sottoposte all’attenzione degli intenditori. Il libro Sillabe nel vento è stato ristampato, grazie a Dio, e sta conquistando nuovi lettori.
Di più, durante una delle tappe della mostra itinerante l’autrice incontra Giovanni Impastato (fratello di Peppino, il noto martire della barbarie mafiosa) e gli manifesta i sensi del proprio rammarico per non aver conosciuto sua madre, Felicia Bartolotta, icona dell’antimafia militante. Divenne perciò quasi naturale per Giovanna fare, in occasione del nono anniversario della scomparsa di Felicia, una mostra (6 dicembre 2013 – 29 aprile 2014) nei locali confiscati alla famiglia Badalamenti, ora sede dell’associazione Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato.
«Alla mostra – racconta commossa Giovanna – ho dato come titolo EQUI-LI-BRIO? Entrando in quella casa ho provato un rimescolamento interiore, un pugno allo stomaco nell’assorbire le vibrazione negative dei vecchi proprietari. Volevo scappare ma poi… ho iniziato a battere i piedi sul pavimento per mandare via l’angoscia e sono rimasta. Ho affisso alle pareti il testo della poesia Amore a due voci (che ho poi letto insieme con Veronica Giuseppina Billone) dalla quale è nata l’omonima opera tridimensionale, che raffigura il seno materno (simboleggiante la mamma coraggio di Cinisi), che alla fine della mostra ho regalato alla Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato».
L’altalena di sensazioni cui dovette sottoporsi Giovanna la prima volta che mise piede in quella che era stata l’abitazione del boss Gaetano Badalamenti, mandante dell’omicidio di Peppino Impastato (che chi scrive ha conosciuto da vicino, perché era come lui militante del Psiup), trova un’alta sublimazione lirica nella poesia La casa di Tano, cui si è appena accennato e che si conclude con i seguenti versi:

Gatta dal passo guardingo
assorbo il buio e avanzo spavalda.
Capto voci d’odio del passato
dedico voci d’amore al presente
immagino voci di speranza nel futuro.

Adesso La casa di Tano è parte integrante del libro La giostra dorata del ragno che tesse, cui ha fatto da battistrada una silloge di 10 poesie raccolte sotto lo stesso titolo, che il 14 dicembre 2013 ha conquistato il 1o posto alla VI edizione del concorso internazionale Momenti del cuore, che avuto come teatro Terrasini e Cinisi. Non è forse superfluo aggiungere che sia la silloge che il libro hanno contenuto monotematico incentrato sul rispetto. Rispetto per il prossimo, per i suoi sentimenti e tutto quello che è stato creato. Rispetto per la vita umana – segmento microscopico dell’eternità – ma pur sempre dono prezioso, opportunità unica e irripetibile, da apprezzare anche nei momenti di più nero sconforto, dal primo vagito all’ultimo respiro.
Ecco perché la giostra (che Giovanna Fileccia ha elevato alla dignità di metafora della vita umana, in cui i cavalli simboleggiano i giorni a nostra disposizione) è “dorata”! «Quale migliore metafora della giostra – si legge nell’incipit della motivazione del premio Momenti del cuore – per esprimere il corso della nostra vita, il continuo movimento di andare, scegliere, non scegliere, lasciare scegliere al destino, divenire protagonisti e spettatori? Come la giostra gira su se stessa, ripercorrendo gli stessi spazi in modo sempre diverso, alla stessa maniera nella giostra dell’evoluzione tutto cambia e resta uguale… ».
A ben riflettere, anche nella giostra si rinvengono cerchi e spirali. La base ha forma circolare, come quella del presepio Il Gesù agli uomini e gli uomini al Gesù! Come il sole che illumina e riscalda la terra e le creature che la abitano; come il rosone della basilica di San Francesco di Assisi a Palermo. Come la base dei pozzi, delle capanne della preistoria e dei ripari in frasca e paglia dei pastori transumanti; come le aie dove un tempo si trebbiava il grano e i vagli con i quali si separavano i chicchi dalla pula. Come i calderoni anneriti dal fumo, dove si cagliava il latte per fare formaggi e ricotta, come le pentole che, a contatto con il fuoco, ripetono ogni volta il miracolo di trasformare il cibo crudo in cotto.
E il cerchio, si sa, è simbolo di potere in tutte le culture. «Ogni cosa che fa il Potere del Mondo è fatta in cerchio – diceva Alce Nero (1863-1950), sciamano della famiglia Lakota Sioux nell’America del Nord –. La volta del cielo è rotonda, e ho sentito che la terra è rotonda come una palla, e così sono tutte le stelle. Il vento, al massimo del suo potere, gira vorticosamente. Gli uccelli fanno il nido in forma circolare perché la loro è la nostra stessa religione. Il sole sale e scende lungo il cerchio. La Luna fa lo stesso ed entrambi sono rotondi. Anche le stagioni formano un grande cerchio nel loro trasmutare e sempre ritornano laddove furono. La vita di ogni uomo è un cerchio dalla fanciullezza alla fanciullezza e così è ogni cosa ove si muove il potere. I nostri tepee [tende fatte con pelli o corteccia di betulle] sono rotondi come i nidi degli uccelli, e codesti furono sempre disposti in cerchio, il cerchio della nazione, un nido di molti nidi dove Il Grande Spirito significò per noi covare i nostri bambini».
Ma se la giostra dorata è metafora dello spazio e del tempo del nostro vivere nel mondo, ed è ancorata al minuscolo segmento d’eternità attraverso il perno su cui gira, c’è da chiedersi quale potere abbiano i passeggeri di turno che ne animano la scena. Ho stornato la domanda all’autrice, che mi ha risposto in grande sintesi: «In sella ai cavalli della giostra, i passeggeri decidono se andare avanti oppure rimanere fermi o addirittura tornare indietro vivendo nel passato. Sulla giostra del vivere c’è chi onora, perdona, gioisce, tradisce, eccetera, e poi c’è chi sta a guardare… ». Acquisito questo dato essenziale, a me pare che la risposta completa all’interrogativo vada ricercata nell’insieme delle 49 poesie e nello stesso racconto breve (tutti in italiano) raccolti nel libro.
Il potere decisionale dei passeggeri (che rimanda al ruolo dei personaggi-metafore del Presepio Il Gesù agli uomini e gli uomini al Gesù) è il filo rosso che lega l’ordito dell’intera opera, investendo le problematiche connesse al libero arbitrio, che non è libertà assoluta, ma un più modesto potere di scelta che ha a che fare con le nostre capacità cognitive e la perseveranza nella ricerca di nuovi stadi di conoscenza, l’unica condizione, insomma, quasi talismano magico, che consente di trionfare laddove gli altri hanno fallito. Ha ragione il filosofo Giorgio Cacciari: «Solo la conoscenza può salvarmi – secondo un’immagine che ricorre in tutta la cultura ellenistica e latina – dal seguire il carro del destino in ceppi come uno schiavo oppresso. Ciò che è in mio potere – in questa prospettiva – non è sfuggire al destino, bensì conoscerlo, e, avendolo conosciuto, seguirlo volentieri e non in catene come gli schiavi che vanno d
ietro al carro dei vincitori. La libertà consiste, quindi, nell’intelligere Deum, ovvero nel comprendere ciò che è necessario. La libertà si esplica là dove ci si armonizza a ciò che è necessario, al lógos, alla ragione che pervade tutto il cosmo. Essendo conoscibile la necessità delle cose, si può essere liberi formandosi una ragione del tutto».
Ad ogni buon conto, coniugata com’è al femminile, la poetica della Fileccia fa di ogni passeggero della giostra dorata un piccolo ragno che tesse il proprio destino. Ma non tutti gli umani riescono a fare della loro vita un uso consono ai criteri fondanti dell’armonia con il Creatore. Prigionieri di scelte avventate, molti finiscono per essere trascinati alla deriva del caos esistenziale, che veste talora i panni del mafioso (La casa di Tano), talaltra quelli dello scafista spietato, macabro nocchiero di fratelli sbarcati morti… in un giorno qualunque/ uno dei tanti giorni/ messi in fila come morti/ distesi sulla spiaggia/ coperti da una notte per sempre scura, troppe volte quelli dell’assassino. L’uomo uccide l’uomo e ammazza se stesso/ tutto quello che di buono era in suo possesso, si legge nella poesia Proposta sconveniente.
Ma, tutto sommato, la poesia sculturata di Giovanna, frutto di lunghe e attente ricerche, guarda con benevolenza al ragno che tesse; vede nella ragnatela la complessità del destino e la fragilità dei fili dorati che tengono sospesa in equilibrio precario la vita: «nel procedere alla tessitura – scrive nell’introduzione l’autrice – sembra che il ragno danzi in un’immaginaria pista tonda, finché la danza si arricchisce di una preda inconsapevole che si impiglia nella trama della tela. Gli artisti proprio come il ragno, tessono la propria tela […]. Anche il poeta tesse una trama di parole […] con pazienza, lo scrittore attende che qualcuno resti impigliato nella sua tela-di-sentimenti-che-racconta, per potersi nutrire del piacere che gli dà l’essere letto e ascoltato». La ragnatela non è solo trappola: è spesso una tela protettiva, come la placenta che avvolge il nascituro. E al ragno Giovanna riconosce un positivo e quasi materno ru
olo femmineo.
Basti considerare che nella poesia La mano dorata, con cui si chiude l’opera, il ragnetto cerca di proteggere gli umani e poi li aiuta a ritrovare il loro «piacevole e roseo colorito». E ancora oggi/ nelle notti di luna piena/ s’intravede la mano perlacea/ tessuta dal ragno/ a illuminar la sera. Una bella favola, insomma, un intrigante racconto autobiografico, cui si può dare tranquillamente il titolo: Giovanna si racconta! Favola incantevole e profetica di un’artista geniale che ha dentro di sé, come dice lei stessa, «un labirinto ideale tortuoso, pieno di ostacoli da superare ma, allo stesso tempo, colmo di estro creativo: un dedalo intricato, come può esserlo solo un cervello in fermento, che segue sinuosi e accattivanti percorsi per inoltrarsi in nuovi stimoli per dire, fare, creare».
A chi scrive non resta perciò che augurare all’autrice nuovi, entusiasmanti successi, sino ad affermarsi all’altezza delle sue reali potenzialità, e non senza ringraziarla per avergli dato l’occasione – che è anche onore e privilegio – di restare inestricabilmente irretito nella ragnatela dorata della sua eccelsa creatività.

Giuseppe Oddo
Palermo, lì 16 ottobre 2015.

Precedente Giornata nazionale del Ringraziamento Successivo UNAGA: CONSIGLIO NAZIONALE DAL 20 AL 23 NOVEMBRE IN SICILIA