Chiusa Sclafani: esperienza di valorizzazione e riconoscimento del pane votivo di S. Giuseppe di Mario Liberto

Fuga in Egitto

L’Esposizione Nazionale di Palermo, inaugurata solennemente il 15 novembre 1891 dal re Umberto I e dalla regina Margherita, accompagnati dal capo del Governo, marchese di Rudinì, dal ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio, Bruno Chimirri, e dal presidente della Camera, Giuseppe Marcora è ricordata come uno degli avvenimenti più interessanti del XIX secolo volti a celebrare i fasti industriali dell’Italia e in particolare della Sicilia.  La rassegna durò fino al 5 giugno dell’anno successivo e fu scandita da una serie di incontri mondani nella «regale» Sala delle Feste, allestita all’interno dei padiglioni dell’Esposizione, progettati ed eseguiti dall’architetto Ernesto Basile nello spiazzo dell’attuale piazza Sant’Oliva. Si tennero gran balli e concerti, gare orchestrali e un torneo internazionale di scherma nell’annesso giardino e nelle gallerie. Furono organiz­zati eventi collaterali anche fuori dell’area attrezzata per l’Esposizione, il primo dei quali fu una serata di gala nella sfarzosa cornice del teatro Poli­teama illuminato a giorno e allietato dalla presenza di non poche dame della più eletta aristocrazia isolana, sfoggiami gioielli esclusivi e toelette décolletées. Una delle ultime manifestazioni sensazionali fu la corrida de toros, che si svolse, il 10 maggio 1892, a Piazza Vittoria a cui assistettero circa seimila spettatori. Grazie al calendario degli eventi esclusivi e alla magnificenza delle gallerie dei mobili artistici e delle sale delle Belle Arti, l’Esposizione Nazionale di Palermo è tuttora con­siderata dagli storici come il momento di lancio della belle èpoche di fine secolo in Sicilia. Tra gli spazi espositivi della rassegna palermitana non si rilevò privo d’in­teresse quello riservato alla Mostra Etnografica Siciliana, ordinata dal medi­co palermitano Giuseppe Pitrè, il più autorevole studioso italiano del folklo­re e delle tradizioni del popolo. Tra coloro che, nel novembre 1891, inviarono reperti etnografici al Comi­tato organizzatore della Mostra si rilevò degno di particolare menzione un certo Lo Cascio Mangano di Chiusa Sclafani, esponente di «una delle fami­glie più facoltose del paese». La «gentile mediazio­ne» dell’agiato galantuomo fece sì che la Mostra Etno­grafica potesse esporre un maestoso pane di San Giuseppe dal peso di 12 kg e il diametro di un metro e mezzo, tipico Cucciddatu votivo (confezionato a gloria del “Padre della Provvidenza” dalle donne di Chiusa Sclafani), nonché, 32 pani di San Giuseppe dello stesso paese.

Il Pitrè, nell’annotazione n. 177, fa rilevare che: «Il cucciddatu della Mostra Etnografica, eseguito a Chiusa Sclafani, per gentile mediazione del sig. Lo Cascio-Mangano, pesa 12 chilogrammi, e misura un metro e mezzo di dia­metro». Proseguendo, riflette: «sicuramente sarà stata allargata la bocca del forno per realizzare un cucciddatu di queste dimensioni». In questa circo­stanza il Pitrè utilizza il nome cucciddatu e non vucciddatu, adoperando il termine “alla palermitana”. Sarebbe curioso capire come abbiano trasportato quell’enorme vucciddato da Chiusa a Palermo, nella considerazione che, a quel tempo, l’unico mezzo di trasporto era il carretto. Il “Catalogo Illustrato della Mostra Etnografica Siciliana” raffigura alcuni pani che ancora oggi vengono realizzati nella medesima foggia, come il cavalluccio, il pane del dubbio, la palma, ecc. Pur tuttavia, non vengono riprodotti alcuni pani, dei quali il Pitrè cita: «gli oggetti di casa, i berretti, la frutta, il pastore che suona davanti le sue pecore e gli alberi». Al fine di recuperare i pani scomparsi, si è provveduto, attraverso alcune vecchie foto e scavando tra i ricordi dei più anziani, a completare l’elenco dei pani evidenziati dallo studioso palermitano e a realizzarli. Il recupero è stato effettuato integralmente e, finalmente, Chiusa Sclafani può riap­propriarsi di questo suo prezioso patrimonio costituito da: ‘u vastuni, ‘avarva, ‘u pisci, ‘a spera, ‘u gaddu, ‘a puddastra, ‘u cavadduzzu”, ‘a palma, ‘u cuore di Maria, ‘u nome di Maria “, ‘a cruci, 7 panareddi, ‘ a frutterà, ‘a cerva, ‘u pavuni, “S. Michele Arcangelo, la fuga in Egit­to, pane del dubbio, ‘a palumma, i vucciddati, l’albero della vita, sto­viglie di casa, nido di uccelli, cap­pelli dei prelati, gli oggetti di casa, i berretti, il pastore che suona davan­ti le sue pecore, coni­glio e il pavone. Alcuni dei pani esposti il Pitrè li raffigurò in forma  zincotipia  sul “Catalogo Illustrato – Mostra Etnografica Sici­liana”, 1891-92.

Il recupero delle fogge di pane di S. Giuseppe e quindi il riconoscimento da parte della Regione Siciliana – Assessorato Beni culturali con l’Iscrizione nel Registro dei Beni Immateriali ha comportato un’indagine sul campo attraverso “la ricerca dei cocci sparsi della cultura contadina” rico­struite attraverso ciò che resta (nella memoria di quelle biblioteche ambulanti che sono gli anziani e nell’apparato celebrativo della festa dei nostri giorni). Indispensabile sono state le  fonti edite e d’archivio e persino una vecchia tesi di laurea su Chiusa Sclafani del Prof. Antonino Coscino allievo del  Cocchiara, nonché un centinaio di interviste, materiale che mia hanno consentito di pubblicare il libro: “I pani votivi di S. Giuseppe a Chiusa Sclafani e la mostra etnografica di Palermo (1891-92)”.

A Chiusa Sclafani, così come il resto della Sicilia, miti, storia, folklore, religiosità trovano in esso l’elemento di koiné tra l’uo­mo ed il soprannaturale. Attraverso la sua plastica simbologia si eleva ad ele­mento di comunicazione capace di rappresentare i reali bisogni delle comu­nità, particolarmente di quelle rurali. Pane come “grazia di Dio”, sostanza d’interconnessione tra gli umani ed il divino, che, grazie alle varie rappre­sentazioni artistiche visivamente offerte, sostituiscono la domanda di grazia, o rappresentazione visiva dell’intervento desiderato. Gratitudine o speranza effettuate attraverso il pane. Pane come parole; pane come preghiere. Comunicazione semplice ed efficace attraverso quell’umile e antico strumento simbolico di legame che è rappresentato dalla “grazia di Dio”. Nei secoli e nelle civiltà mediterranee il pane, oltre a essere stato elemen­to di sostentamento per eccellenza, ha sem­pre assolto al compito di comunicatore, ed anche, grazie alla sua ciclicità ed importan­za vitale, di regolatore della vita stessa. Al cielo il contadino ha guardato per salva­guardare il suo raccolto, chiedendo pioggia, sole, grazie per la sua famiglia, ma anche per salvaguardare i suoi umili beni. Grano elemento di vita che «se non muore non può rinascere». Concetto, di cui si sostanzia l’intera cristologia.

A differenza di molti altri paesi siciliani, i pani votivi chiusesi si distinguono perché non assumono forme di particolari ex-voto realizzati in metallo o in cera, riproducenti parti del corpo umano (mani, piedi, cuore, ecc.) guarite per intercessione del Patriarca San Giuseppe, che sono evidenti anche nelle tavo­late o negli altari dei devoti dei paesi viciniori. Un uso che è retaggio della cultura ellenica. I malati si rivolgevano ad Asclepio (dio della medicina) in cerca di guarigione, lasciando poi ex-voto di terracotta, come le mani, le braccia, e le gambe rinvenute a Corinto.

Il pane è il protagonista na l’artaru, perché il più rappresentativo della festa di San Giuseppe, in quanto costituisce l’elemento fondamentale per ogni uomo e, di conseguenza, il dono quotidiano della Provvidenza divina. Pane bianco. «Guai a fare pane di tumminia (tumilia) perché San Giuseppi si potrebbe arrabbiare», soleva ripetere ‘a gna Pippina a fumara. D’altronde: «a San Giuseppe nenti si ci nega e cu grazia voli basta ca lu prega». Nella cultura subalterna il pane «arte plastica effimera» (Ciresi) è la rappresentazione terrena del divino. Da ciò si deduce perché tutte le tecniche, prima agricole e poi di preparazione dei pani, le modalità di consumo e i modi di servirli, vengano considerati dei veri riti. Quindi, i pani rituali, in particolare quelli di S. Giuseppe, entrano a far parte di tutte le ricorrenze religiose.

Tra il XV ed il XVII secolo, Chiusa Sclafani fu rinomata per una presenza artistica ragguar­devole di abili scultori in legno e non solo, che diedero lustro alla cittadina dei monti Sicani. Una cultura creativa che per secoli si è forte­mente mantenuta e che ha visto, solo negli ultimi decenni, decre­tare la sua fine. Una “scuola” che ha avuto nella famiglia Lo Cascio (Marco ed il figlio Silvio) i capostipiti di que­sti intagliatori locali, tutti di buon livello artistico. Le loro opere si possono ammira­re in varie chiese siciliane. Le più interessanti si trovano ad Agri­gento, Castronovo di Sicilia e Sambuca di Sicilia. Contemporanei dei Lo Cascio furono altri scultori del legno, come Giuseppe De Dayno, Domenico Rasca, Bartolo Gagliano, Benedetto Marabitti, il pittore Pietro Ruz­zolone, Leonardo De Naso e Girolamo Cammarata, Paolo Pel­legrino, Pietro Guzzo, Vincenzo Messina, Giuseppe e Domenico Busacca, Vincenzo Passalacqua. La presenza di numerosi artisti in questa piccola comunità, così come nella vicina Giuliana, desta particolare attenzione e meriterebbe uno studio molto approfondito.

Comunque sia, c’è da supporre che questi valenti maestri abbia­no influenzato l’opera artistica popolare dei pani votivi chiusesi. Pani, che presentano peculiarità e segni evidenti di somiglianze e artistiche delle varie opere d’arte della tradizione degli intagliatori chiusesi.

Non è esagerato affermare che si tratta di una estrinsecazione artistica al fem­minile. L’avere convissuto con genitori, mariti, parenti, dei maestri intaglia­tori, avrà sicuramente ispirato le varie composizioni dei pani votivi. Inoltre, i pani sono legati alla festa di S. Giuseppe, il santo per eccellenza dei “mastri d’ascia” (falegnami), i quali hanno suggerito, inconsapevolmente, o intenzionalmente, alle proprie donne, validi e approfonditi suggerimenti delle varie raffigurazioni da realizzare. L’ultima generazione di falegnami, incitavano le donne chiusesi ” ‘a fari l’artaru”, pronti a meravigliarsi, senza dare in escandescenze, ogniqualvolta l’arte femminile esprimeva effimeri capolavori artistici. Un compiacimento tacito nel vedere quelle capacità estratte da anonime masse di pasta, abil­mente compattate dalla sbriga e dallo sbriguni.

Inoltre, le botteghe dei falegna­mi, fino agli anni sessanta in numero di circa trenta, erano spesso contigue alle abitazioni, le famose “casa e putia”. Ciò avrà sicuramente consentito alle donne di trovare ispirazione per le loro opere di pane. Una cultu­ra artistica diffusa in tutte le famiglie, con elementi di eccel­lenza («manu d’oru») che hanno facilmente imparato una tecnica realizzativa ed hanno saputo divulgarla all’intera comunità.

Pane i cui elementi di preparazione restano quelli tradizionali: farina di grano duro, acqua, sale (quanto basta), lievito (di solito di casa) e semi di cimino. La loro preparazione differisce, inoltre, dai cosiddetti pani di sale. Ed è grande offesa, per le signore chiusaline, quando qualcuno, estraneo alla comunità, chiede «se sono pani di sale». Basta confrontare alcuni elementi rappresentativi dei pani votivi con le opere di questi artisti locali per notare, in forma approssimativa, la grande somiglianza di modellatura esistente. I contorni floreali delle vare, delle cornici degli intagliatori e stuccatori vengono quasi trasmigrati, anche se grossolanamente, nelle coreografie dei pani votivi.

I     pane realizzato a Chiusa Sclafani manifesta una forte differenziazione. La diversità è palese, non solo all’interno del nucleo familiare, ma anche tra i diversi quartieri. A parte la vena artistica personale, che incide notevolmente sull’intaglio, si riscontra una difformità tra i vari quartieri.

In particolare, il paesaggio agrario che si determina ne influenza il regime ali­mentare e, di conseguenza, tutti gli aspetti che ad esso sono legati. Pertanto, la produzione agricola, frutto della divina Provvidenza, ed, in pas­sato, dai vari dei, è fortemente congiunta all’aspetto religioso; ragione per cui, tutti gli aspetti diventano rituali religiosi e pseudo religiosi: i cicli vegeta­li, le produzioni agricole, le tecniche lavorative, ecc. Una cultura che non è solo limitata alle classi agrarie, ma, indirettamente, anche agli artigiani. Que­sto, nei secoli, è stato il modo di pensare del popolo siciliano e non solo.

Tra le diverse feste religiose, quella di San Giuseppe è una delle occasioni in cui il popolo ha rivelato la sua religiosità, nella quale, per una specie di rin­graziamento devozionale o anche per formalismo, deve mettere in mostra tutti i prodotti della terra, stagionali e non. Il giorno della festa, in onore del Santo, vengono invitati a mangiare, davan­ti all’altare, i “santi”, i quali, generalmente rappresentano i personaggi della Sacra Famiglia: San Giuseppe, la Madonna e Gesù.

Il pranzo è rigorosamente rispettato in tutte le varie portate, sia nell’ordine che nella tipologia dei piatti. Dal pranzo, e quindi dall’altare, sono esclusi i prodotti animali (carne, pesce, ecc.). San Giuseppe è la festa della Provvidenza, la festa della terra e dei suoi prodotti; e questo spiega perché, oltre ai dolci, al pane e alla frutta, sull’alta­re siano presenti finocchi, asparagi, cardi, garufi, munaceddi, carciofi e cavolfiori, che, dopo avere fatto bella mostra ed essere stati benedetti la sera della vigilia, saranno consumati, in un tripudio di festa, nel corso “da scunsatina di l’artara”.

Nel 1969, dopo quarant’anni, tornava dal Madagascar il missionario, cugino di mio padre, Giuseppe Masseria. Poiché ricorreva la festa di San Giuseppe, ed in quell’anno, in casa mia, avevamo fattu l’artaru, il sacerdote chiese a mio padre di poter “sèrviri i santi”. Un gesto di grande umiltà e di devozione. Ricordo che raccontava come, anticamente, prima del pranzo, il capofamiglia accompagnasse “i santi” in chiesa per andare ad assi­stere alla santa Messa solenne. Dopo faceva lavare loro le mani con il vino e, quindi, le baciava in segno di sincera umiltà e rispetto. Questa tradizione, con il passare del tempo, si è persa. I santi mangiano a porte chiuse, serviti dal padrone di casa in religioso raccoglimento. Viceversa, il professore Antonio Coscino, nella sua tesi di laurea “Tradizioni popolari di Chiusa Sclafani, 1945”, ricorda che «il pranzo dei santi era allietato dal suono di un organet­to o da un tamburo».

Prima di iniziare a mangiare, la persona che interpreta S. Giuseppe fa alzare gli altri santi e recita le preghiere di ringraziamento: Padre nostro, Ave Maria, tre gloria al padre. Dopo invita i santi a sedersi. A questo punto, vengono ser­viti. “S. Giuseppe” fa assaggiare il primo boccone al capofamiglia, in segno di reciproco rispetto, ed incita, con moderato garbo, la Madonna e il figliolo a mangiare: «Mangiati, mangiati sti piatti santi e ‘mmaculati». Corre l’obbligo riportare due preghiere ricercate dagli alunni dell’Istituto Comprensivo Giuseppe Reina di Chiusa S. che si recitavano prima del pran­zo di S. Giuseppe.

‘Nto nomu du Patri du Figliu e du Spiritu Santa.

‘Nta sta tavula apparecchiata si isa na vuci

viva S. Giuseppi, mangiamu tutti ca eni fatta la cruci.

(Si ripete tre volte seguito da un Padre nostro, poi si incomincia a mangiare)

Vinni lu mmitu di li Serafini chi ci ficiru saziari di celu, di terra e di mari. Ci foru i tri putenti divini chi ci ficiru saziari di stu gran duci pani.

L’uso dei pani di San Giuseppe in funzione apotropaica da parte degli abitanti di Chiu­sa Sclafani: «Duran­te le tempeste, quando la natura può mettere in pericolo la vita della comuni­tà, si spezza un pezzo di pane benedetto e si butta in strada», recitando una colorita orazione a Santa Barbara, la miracolosa Patrona dei fulmini, cui si è ispirato, in un suo celebre romanzo, lo scrittore sudamericano Jorge Amado.

I piatti della tradizione in onore di San Giuseppe sono costituiti da: tre spicchi di arancia e una sarda salata; pasta (bucatino), sugo di asparagi, mollica abbrustolita e dolcificata con lo zucchero; frittura di asparagi; frittura di broccoli; frittura di carduna (cardi); frittura di gidi o giri (bietole selvatiche); frittura di finocchi selvatici (Foeniculum vulgare); frittura di garufi (Onoporoso maggiore); frittura di munaceddi (Acanthus mollis); pignulata (pignoccata); sfinci di riso e di pasta; ciciri caliati (ceci abbrustoliti); fave caliate (fave abbrustolite); fichi secchi; frutta di stagione: finocchio, arancia, mela, pera di inverno; vino; acqua.

Il pranzo dei santi è caratterizzato da piatti semplici della tradizione rura­le. Sono banditi carne e pesce. Capita che qualche devoto, andando contro la tradizione, forse per far piacere al Patriarca, serva qualche piatto più ricco, come il baccalà o carne panata.

Il rapporto tra il devoto ed in Santo è la Provvidenza. Provvidenza elargi­ta dal Patriarca, e ricambiata dal devoto. La Provvidenza, per le due parti, è “u strittu e nicissarìu” e non “lu strafari”. Il pranzo di pasta, pane e verdu­re costituisce il minimo indispensabile: il necessario. Non solo il pranzo, ma anche le offerte fatte al Patriarca sono elargite secondo la condizione economica del devoto.

Quando manca questa disponibilità, la famiglia “ca fa l’artaru” si rivol­ge ai vicini di casa ed ai parenti per raccogliere la somma necessaria (“Santi addumannati'”). Questa offerta è condizionata dalle possibilità di ciascuno (“quantu ci spira ‘u cori”). I “Santi addumannati” sono un gesto di grande umiltà. La tradizione vuole che chi ha ricevuto una grazia, anche se di con­dizione economiche elevate, faccia la questua nel proprio quartiere, a piedi scalzi, chiedendo farina o altro per potere “fari l’ariani”. “L’azione del chie­dere presuppone una predisposizione alla mortificazione e l’accettazione cri­stiana dell’umiliazione dinanzi ad un possibile diniego”. Questa consuetudi­ne, da tempo, non è più in uso, così come quella di sparare un colpo di fuci­le a salve, ogniqualvolta veniva servito un piatto di portata “ai santuzzi”. Il pane di S. Giuseppe assume un profumo ed un sapore particolari esclusi­vamente nel periodo della festa del Santo. Provare per credere. Indirettamente la fede religiosa e il folklore hanno contribuito a recuperare anche la tradizione gastronomica legata alla fitoalimurgia.

La devozione al Patriarca San Giuseppe, a Chiusa Sclafani, ha un cuore antico, a giudicare anche dall’esistenza di un artistico simulacro ligneo, forse di bottega napoletana, costruito all’inizio dell’Ottocento, in sostituzione di una statua precedente di cui si conserva la memoria nel locale Archivio par­rocchiale. Tutto lascia credere che, nel ridente paesino del Sosio, il Padre della Provvidenza sia onorato in modo solenne fin dagli albori della storia di Chiusa e, in ogni caso, non troppo dopo il pontificato di Sisto IV (1471- 1484), epoca in cui fu istituita la festa del 19 marzo. Il fervore dei devoti dovette accrescersi considerevolmente, con ogni probabilità, sul finire del pontificato di Pio IX (1846-1878), quando l’amato Patriarca fu proclamato patrono della chiesa universale.

La festa di San Giuseppe a Chiusa Sclafani si conclude con un ancestrale assalto di massa a tutte le mense allestite dai privati per prumisioni (pro­messa) al Patri di la Provvidenza. Si assiste ancora ai nostri giorni, ad una di quelle competizioni per la conquista del cibo che, per certi versi, riman­dano alle risse che si scatenavano nel circo dell’antica Roma nel momento in cui l’imperatore faceva distribuire pane e lardo alla plebe. Alcuni decen­ni fa a Chiusa accadeva anche di peggio: non pochi di coloro che parteci­pavano alla scunzatina di l’artari erano nelle grazie di Bacco e, tra i fumi dell’alcol, si lasciavano andare ad eccessi incredibili, evocativi delle feste in onore di Dioniso.

Diverse sono le motivazioni che hanno consentito di mantenere in vita questo prezioso patrimonio artistico e d’averlo saputo trasmettere, nel tempo, alle varie generazioni che si sono susseguite. Profondamente ha inciso l’isolamento della comunità chiusese, che, priva per secoli di vere vie di comunicazione, ha avuto uno sviluppo lentissimo. Ciò ha contribuito ad assorbire lentamente la “cultura dominante”, che, nel tempo, ha trasformato molte aree rurali della Sicilia.

Elementi fondamentali sono stati anche il forte senso religioso che pervade l’intera comunità e la grande devozione al santo della Provvidenza. Hanno influito, altresì, anche i falegnami locali, che, spinti da motivazioni di “appartenenza o di identità” e forse meno religiose, hanno saputo, a denti stretti, difendere la tradizione. Inoltre, la comunità chiusese ha mantenuto for­temente la propria vocazione agricola, favorendo il permanere di riti e usanze che, nelle aree rurali, difficilmente e fortunatamente sono sradicabili.

La sopravvivenza di un popolo è stata, da sempre, condizionata dalle risorse presenti nel proprio territorio. Pani votivi, che non solo cibo per fare festa, ma festa perché c’è il cibo, perché tutti siano presenti realizzando quella interazione che fonda la socievolezza e rende possibile la cultura.

I pani votivi riportati alla luce dalla ricerca effettuata e la realizzazione del libro: “ I pani votivi di S. Giuseppe a Chiusa Sclafani e la mostra etnografica di Palermo (1891-92)” sono dunque pezzi di cultura ritrovata, tessere del mosaico di una concezione del mondo e della vita ridotto in frantumi dall’incalzare della globalizzazione selvaggia.

I pani votivi erano, e continuano ad essere, anche autentici capolavori d’arte plastica effimera, adesso degni di essere usati come soprammobili e un tempo come preziosi talismani, capaci di consentire alla povera gente di affrontare «in regime protetto», come sole­va dire Ernesto De Martino, «la presenza del negativo nella storia».

La cultura del pane votivo a Chiusa Sclafani, oggetto del particolare studio, induce l’intera popolazione ad un atto di grande slancio per realizzare, un “Museo del pane votivo siciliano”. Un impegno che deve essere portato avanti in nome della tradizione e della memoria dei nostri antenati che hanno saputo mantenerla viva, ma anche un atto di amore verso le generazioni future, affinché possano ammirare, così come l’abbiamo fatto noi, un patrimonio di ineguagliabile fattura che serva per trarre stimoli per uno sviluppo auto propulsivo e, nel contempo, capace di salvaguardare l’i­dentità locale.

 

 

Mario Liberto

 

 

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