“Sui prati della sera” di Mons. Giuseppe Liberto

Presentazione di Maria Grazia Silliato

Questo “piccolo” libro non è opera da catte­dratico commento critico. Esso, infatti, è il per­corso essenziale e riservato di un’anima, e chi lo presenta può solo accompagnare il lettore nel suo discretissimo svolgersi. I primi tre versi aprono come una porta su un segreto mondo poetico: «Stasira / ‘nta lu celu scuru / c’è sulu lu lustru di la luna» (p. 15) – «Stase­ra / nel ciclo scuro / c’è solo la luce della luna». È sera, quindi, il termine deluso del giorno. Poi, un unico aggettivo, scuru: né luci di terre abitate né stelle. E vi si concentra la solitudine, la tristez­za esistenziale. Questi versi, in altri termini, sono l’inizio di un diario, e i quattro capitoli della rac­colta sono il cammino nascosto di un’anima, con una ininterrotta vibrazione di musica. È colpa nostra se ci sentiamo soli, perché «II sublime / si rende sempre disponibile / e l’uma­no lo rincorre» (p. 17). Una sensibilità concentra­ta, quasi timorosa della propria intensità, che di­fende se stessa. Si veda, in proposito, l’immagine del tempo fuggente: «È pioggia di foglie ingiallite» (p. 19). Sensibilità, però, non persa nella fragilità e nelle sofferenze del vivere. Anzi, sempre illumina­ta o confortata dallo Spirito. E che sconfina nella filosofia: «II tutto dimora nel frammento» (p. 23). E, tuttavia, la via prescelta da questa poesia è la mistica. E quante volte – ovunque! – ritorna la pa­rola Amore (cfr. pp. 26, 30, 31, 32, 34, 38). Emer­gono attimi di umana nostalgia: «passanti l’anni e sfumanti li jorna! / Lu tempu, / diritturì d’orchestra di stu munnu» (p. 43). Ma poi: «Guardo le stelle / per leggere il tuo nome» (p. 49). E l’animo si spa­lanca: «Ed io, /fragile atomo / nell’oceano immenso dell’Amore» (p. 50). «Siamo chiamati / a far fiorire quel deserto / dove l’Arcano Volere / ci chiama» (p. 56). Ed ecco perché, qui, l’Amore è maiuscolo, ol­tre le dimensioni umane, «quando l’Amore /penetra nel cuore» (p. 59). Qui, l’Amore è senza timidezze, uno dei nomi di Dio, la sua traduzione mistica? Da sempre, la poesia, espressione alla frontie­ra dell’anima, offre, alla meditazione intuitiva, spazi senza limiti: «II creato va avanti / perché l’Amore lo conduce»… «è cella dove l’ “io” s’immerge / in comunione col “tu”» (pp. 62, 63). E anche il lettore s’im­merge, contemplando, nell’infinità di questa parola. Poi, la bellissima poesia sulle rose (cfr. p. 73). E non avrei mai creduto di ritrovare, e capire, per merito dell’autore, parole udite nell’infanzia. Ri­cordi del nonno paterno, siciliano di Riposto, uomo di mare che nella mia famiglia, per l’altra metà svizzero-tedesca e genovese, portava voci e sapori mediterranei. Questo libro di poesie che l’autore dedica alla madre è davvero un prezio­so scrigno secolare di memorie! La saggezza della speranza infinita di chi ha molto vissuto e molto sofferto: «mi dici d’aspittari ‘a primavera» (p. 73). E sbocciano, dal ripetutissimo vocabolo Amore, parole consolanti come Armonia, Concordia… (cfr. p. 75) Ed entriamo nella trascenden­za: «Tempo / spazio / energia: / l’Eterno Infinito / nell’immensità dell’universo / vive…» (p. 81), «misura e forma d’ogni storia creata» (p. 87). Poi la lirica, che si è fatta contemplazione, diviene ca­rità: «II lento ritmo d’invisibili liuti / dissolve il gelo di antichi rancori / alla fonte del Primo Amo­re» (p. 89). «Verranno giorni radiosi / quando non ci saranno tramonti / ma Luce eterna» (p. 92). «Viviamo in acque d’esilio / dove si muore ogni giorno /per andare incontro alla Vita» (p. 94). Ci viene poi incontro la bellissima maniera agreste e arcaica di descrivere la creazione (cfr. p. 101): non perdetela, poiché è uno scrigno centenario di memorie. Poi riaffiorano «lame di dolo­re» (p. 106), ma la mistica conforta con la spe-ranza: «… tramonti senza notte, / aurore di gior­ni infiniti» (p. 108), «… percepire / l’alto linguag­gio dell’Amore» (p. 115). Per un attimo, in questo cammino spirituale, guardarsi indietro: «l’orgoglio è la pazzia degl’infelici» (p. 119). Verso dopo verso, la poetica mistica ascende: «La notte non è l’ultima parola» (p. 120). Ogni verso è un concetto, una fase del percorso, più da meditare che da leggere: «D’improvviso / lo desta una voce / … / terremoto e fuoco / non fanno paura /… / percepisce il mormorio / del Silenzio svuota­to / che rivela il Mistero!» (p. 121). E «… // creato canta / l’inno cosmico…» (p. 123). Al di là di tutte le illusioni terrestri, il ciclo di liriche si chiude sull’ultima riga, riallacciandosi alla prima. «Stasira / ‘nta lu celu scuru / c’è sulu lu lustru di la luna» diceva con smarrimento all’inizio (p. 15). Ma adesso, nella medesima lingua sicilia­na – ricordiamoci che la prima poetica in volgare, abbandonando il latino, nacque proprio in Sicilia! – conclude che, invece, ciò che noi vediamo qui è solo il pallido riflesso dell’invisibile infinito: «comu la luci da’ l’una / è sulu luci du suli» (p. 125).

 

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