Nicolò Sangiorgio: “La ‘ncantina che odorava di zolfo” – Mario Liberto

Nicolò Sangiorgio con il suo nuovo libro “La “ ‘ncantina che odorava di zolfo” (2012), aggiunge un altro tassello alla conoscenza e divulgazione delle zolfare presenti nella sua amata Lercara Friddi. Uno studio fatto in punta di piedi cercando di non  scalfire la dignità e l’onorabilità di una popolazione che con lo zolfo ha avuto un rapporto di amore e odio. Allo scrittore Sangiorgio va dato il merito d’avere portato alla ribalta internazionale, attraverso la sua intensa attività letteraria, la cultura mineraria lercarese che, pur oramai soppiantata, ha determinato – nel tempo –  lo sviluppo sociale, culturale della sua piccola comunità. Quest’ultimo lavoro  arricchisce ulteriormente la memoria di un patrimonio culturale davvero singolare, di cui l’autore delle ’ncantine dice: “Non esponevano alcuna insegna scritta, essendo ricono­scibili da due simboli: un ramo di alloro ed una lampada, posizionati sopra la porta d’ingresso. La lampada – in pas­sato lanterna ad olio – rappresentava un elemento di attra­zione, dell’alloro non è stata tramandata la didascalia. Il suo significato simbolico è “gloria, vittoria”, che non sembra avere riscontro né con il vino, né con le pietanze, mentre trovo appropriato il riferimento al suo uso nei riti propizia­tori e divinatori, quale “apportatore di bei sogni”. La ‘ncantina, museo etnografico per eccellenza, era  anche luogo ideale per rifocillare il minatore che, “dopo avere trascorso molte ore nelle buie gal­lerie del sottosuolo e respirato aria esautorata di umidità e di pulviscolo, dopo avere disidratato il corpo con l’emis­sione di sudore (in passato si nutriva anche di carrube), a motivo del faticoso lavoro e della elevata temperatura che raggiungeva i 40 gradi, sentiva l’esigenza di rifocillarsi e, soprattutto, di non pensare. Si intratteneva, quindi, nella ‘ncantina per dimenticare la propria esistenza, frustrata sino nel profondo dei sentimenti”. Attraverso il menù della ‘ncantina Sangiorgio riporta i piatti della dieta alimentare dello zolfataro, argomento mai preso in seria considerazione da tutti gli studiosi. Lo studio mette in luce l’esistenza di una cucina popolare di sussistenza, di cui, il piatto “brodu di carcagnola”, gamba di animale bollita con pepe, sale e limone, rappresenta un testimonial d’eccezione. Per l’alimentazione dei minatori era indispensabile una dieta a base di carboidrati e proteine, elementi, che solo le leguminose sono in grado di garantire, in particolare: ceci, fave e fagioli, conditi con spezie, olio e sale venivano preparate delle indimenticabili zuppe che consentivano di ammorbidire il pane, spesso duro e non sempre di farina di grano duro, permettendo così di rifocillare quei poveri sventurati. Le uova dovevano essere mangiate obbligatoriamente sode, con contorno di patate bollite, sale, pepe e olio extravergine di oliva; le olive andavano accostate alle sarde salate e condite  con olio extravergine di oliva, aceto e origano. Le lumachine venivano bollite e insaporite con olio, aglio, pepe, sale e prezzemolo e quelle più grosse cotte nella salsa di concentrato di pomodoro con olio, aglio, pepe, sale. Le Stigghiole, (budella ben lavate  strettamente legate o infilzate a gambi di tenerissime cipollette) arrostite o fritte e la trippa, con spezie e sale, erano pietanze per ricchi; così come ‘u sangunazzu, una poltiglia di sangue di vitello, arricchito con spezie, aglio, sale, pepe, spesso con mandorle o noci, il tutto insaccato in budelli. L’autore non fa alcun cenno del pitirri, un piatto diffuso soprattutto nelle aree solfifere siciliane compresa Lercara Friddi. Il nome, secondo Giovanni Ruffino, preside della facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Palermo e docente di Linguistica italiana,  è legato a uno strato solfifero. In sintesi per pitirri s’intende uno stato dello zolfo che si trova mescolato insieme ad altro materiale. L’associazione al piatto del pitirri  è fatta: il piatto è, infatti, una minestra di semola di grano duro mescolato a erbe selvatiche, in particolare al finocchietto selvatico e ha un colore giallognolo, con striature di verde. La ricetta è molto semplice: acqua, sale, semola di grano duro e finocchietto selvatico. Si può servire in due modi: la tradizione prevede che venga servito come zuppa, una vera e propria minestra dei poveri. Il pitirri può essere fatto rapprendere, in questo caso si serve a pezzi. Di tanto in tanto, era in uso cucinare qualche sarda o caddozzu di salsiccia, ma anche qualche cipolla, immersi nelle forme di zolfo fuso, avvolti nella carta oleata. Quando lo zolfo si consolidava, si rompevano le forme e fuoriuscivano cotte, al punto giusto, le improvvisate prelibatezze gastronomiche. I carrettieri che avevano qualcosa da spendere in più preferivano le polpette di tritato, prima fritte e poi  affondate nella salsa di pomodoro. Minatori e carrettieri alleviavano le loro fatiche col vino che costituiva il motivo dominate dell’esistenza delle ‘ncantine. Il nettare degli dei era bevuto da solo, o spesso, fatto assorbire con il consumo di mandorle o noci arrostite (scacciu).  Poco contava la bontà del vino, che per scrupolo o per interessi, era servito, in genere quando il cliente “era arrivatu”, cioè ubriaco, annacquato. Dello stesso avviso era Leonardo Sciascia nel libro “Le parrocchie di Regalpetra”, Aldelphi, 1991, racconta magistralmente la vita dei carusi e degli uomini delle miniere, i quali, a sera, cercavano “nel vino un diverso modo di sprofondare nella notte, senza pensiero, senza sentimento del mondo”. Il libro “La ‘nacantina che odorava di zolfo” è anche un’indagine etnoantropologica e sociologica di vite umane legate a doppio filo con lo zolfo, motivo della loro esistenza.  La ‘ncantina era anche prediletta dai carrettieri, specie quelli di transito, i quali alloggia­vano nei fondaci, impegnati nel trasporto dello zolfo che fino al 1912 veniva trasferito da Lercara Friddi al porto marittimo di Termini Imerese. I carrettieri erano “gente di gusto” amanti della buona cucina semplice e genuina a loro va dato il merito d’avere creato quel piatto arrivato fino ai giorni nostri col l’appellativo di “pasta ‘a carrittera”, bucatini conditi con basilico, spicchi d’aglio, peperoncino, olio d’oliva extravergine e pecorino grattugiato, con l’unica variante che può essere servita con salsa di pomodoro. Il libro elenca anche i proprietari delle ‘ncantine presenti nel paese, e tra le righe Sangiorgio suggerisce la creazione di un museo cantina in grado di conservare l’antica memoria dei zolfatai. La conclusione di questa presentazione l’affido allo stesso autore che nella prefazione dice: ”Alcuni ripetono, con convinzione, che rievocare il pas­sato sia una manifestazione nostalgica per un vissuto che non può ritornare; sì, non può, anzi non deve. Però, rievo­cando, non si auspica il ripetersi di ciò che è stato, ma di prendere coscienza di un segmento temporale che ha inciso sulla psiche degli uomini che c’erano e sull’ordinamento della società; infatti, il loro modo di vivere e di operare fu condizionato ed orientato da quella esperienza, contribuendo a confezionare una nuova e diversa mentalità individuale e collettiva. Noi, quindi, siamo soggetti derivati e conseguenti, e le nostre modificazioni, a sua volta, determinano la forma­zione della futura coscienza e la base per il successivo svi­luppo. Pertanto, conoscere il vivere di ieri è imprescindibile in quanto ci induce a dirigere le nostre azioni e ad agire in seno alla “cosa pubblica” in senso migliorativo”. 

Nicolo Sangiorgio (1934, Lercara Friddi – Palermo) ha espletato l’attività la­vorativa di bancario; nel contempo ha orientato i suoi studi alla storia della citta­dina, con particolare attenzione alle Tradizioni, promuovendone la conoscenza, la valorizzazione e la conservazione. E’ socio della Società Siciliana per la Storia Patria, con sede a Palermo e della Storia Patria “F. R. Fazio” di Roccapalumba; è componente del Consiglio della Biblioteca “G. Mavaro” di Lercara e socio-fondatore del “Centro studi sulle mi­niere di zolfo di Lercara”. 

Ha pubblicato le seguenti opere:

La Cassa Rurale ed Artigiana di Lercara Friddi, Novantenni di Credito coo­perativo (1986);

Lercara Friddi – itinerari storici e tradizionali (1990). Il saggio, nel 1992, ha ricevuto il “Diploma di merito” al Premio di storiografia municipale isti­tuito dalla Provincia Regionale di Palermo;

Lercara Friddi tra Ottocento e Novecento (1995);

Quattro secoli di devozione mar lana a Lercara Friddi (1995);

Le tradizioni popolari a Lercara Friddi. Patrimonio da salvaguardare (1996);

P. Giuseppe Canale (1913-1992), una vita al servizio degli umili (2000); presentazione di Sua Em.za il Cardinale Salvatore Pappalardo, già Arcive­scovo di Palermo;

Lercara Friddi, feste e tradizioni (2005);

-Discorsi (1990-2005) (2006);

– I cognomi a Lercara Friddi dal 1685 al 1716 (2006);

Impareggiabili incontri (2008);

Chiesa Madre “Maria SS. ma della Neve ” di Lercara Friddi nel Trecentesimo della fondazione (2009);

Emigrazione, partirono in tanti da Lercara Friddi (2009);

Suor Maria Litania – strumento della Divina Provvidenza (2009);

Alfonso Giordano (1843-1915) – (2010). Presentazione di Adelfio Elio Cardinale.

Ha curato, con Pino Blanda, i testi di “Lercara Turìstica” (2006).

Ha dato il contributo ai seguenti libri di Autori vari:

Maria di Gesù Santocanale una donna di ieri e di oggi (1999),

Frammenti di storia, 60° Azione Cattolica (2001)

Lu surfararu (2002).

Personaggi illustri della nostra Comunità (2007).

 

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