La pantofola di Lercara Friddi, di Mario Liberto

Francesco e Matteo Vento - Pasticceria Luigi

Lercara Friddi, per le sue vicissitudini sociali, demografiche ed economiche, si conferma come uno dei centri più interessanti della Sicilia. I nuclei familiari, provenienti dai paesi viciniori, che nei secoli hanno ingrossato il tessuto urbano,  e la forte struttura commerciale che nel tempo si è contraddistinta e che, in parte, ancora oggi resiste, hanno contribuito a importare alcune peculiarità gastronomiche davvero singolari. Tra queste leccornie primeggia la pantofola, specialità tipica delle feste invernali, un dolce che a detta di tutti “non si calza ma si mangia”. Presenta una forma ovoidale, simili ai classici pastizzotti, ha una lunghezza di circa otto cm e una larghezza di cinque, il peso si aggira attorno ai 90 gr. di  consistenza fragrante, compatta e di colore bruno nocciola. Il dolce viene glassato (marmuratu), cioè rivestito da un composto costituito da albume d’uovo, zucchero a velo e succo di limone, oppure spolverata con “zucchero a velo”, secondo i gusti. Il ripeno, ‘u chinu”, è costituito da mandorle tritate (ecotipi locali tessitura, cavaleri, reggina, zà Gnazzidda), frutta candita e di recente con aggiunta di scaglie di cioccolato; la coloritura  è gialla con sfumature che variano dal paglierino all’ambrato, con consistenza morbida. Un dolce per ricchi, lo dice il suo prezioso contenuto, il nome,  ma soprattutto la sua differenziazione netta con il cucciddatu, dolce proletario, considerato povero, al punto da essere lanciato, in passato, dai giovanotti lercaresi, alle ragazze all’uscita dalla chiesa madre la notte di Natale, forse per preannunciare la dolcezza che ognuno di essi voleva riservare a queste giovani donzelle o come spacconeria. Leccornia che veniva preparata  con un tipo di farina ricavato da un grano  gentile chiamato maiorca i cui costi erano proibitivi al punto che era celebre il detto: “Ti voi ‘nsignari a pagari ki detti simina maiorca e chianta catarratti”; i meno facoltosi, per ottimizzare il costo e la qualità,  mescolavano la maiorca con  la farina di grano duro. Madri, figlie, nonne, amiche, ecc. qualche settimana prima del Natale, si riunivano nei pianoterra, dotati di forno a legna, per l’occasione trasformati in laboratorio dolciario, e iniziavano la lunga preparazione che durava diversi giorni. Con dovizia e pazienza si predisponevano questi meravigliosi gioielli alimentari che obbligatoriamente dovevano consumarsi all’annuncio della nascita di Gesù. Anticamente questi dolci natalizi erano chiamati pastizzotti. A cambiare il nome è stato il rinomato pasticciere Luigi Milazzo, dopo che sentì chiamare i suoi prelibati dolcini da una nobildonna palermitana, pantofole. Da quel momento i pastizzotti cambiarono identità, pur rimanendo intatta la loro straordinaria bontà.   Comunque sia, la pantofola è stata e continua ad essere il dolce per antonomasia della cittadina zolfatara di Lercara. Un dolce, che obbligatoriamente, tutti coloro che da Palermo si recavano ad Agrigento e viceversa, portavano in dono a parenti ed amici. Un’usanza che porta bene, vista la nomea e gli estimatori che questo dolce si è conquistato. Si racconta che tra i sostenitori della pantofola ci fossero il generale Carlo Alberto Della Chiesa e lo scrittore Leonardo Sciascia, entrambi, quando transitavano da Lercara, approfittavano dell’occasione per acquistare la suadente pantofola. Lo scrittore lercarese Nicola Sangiorgio su questa leccornia ha anche scritto alcuni versi che riportano le confezioni dei pasticceri:

Mennuli, cucuzzata, zuccaru e ciucculata

di la pantofula formanu lu cori,

chistu intra un nidu di pasta travagghiata,

rivistuta di zuccaru vilatu,

di tutti soddisfa lu palatu.

 

Alla pantofola, pur con discontinuità, i lercaresi  dedicano anche una sagra. Ma veniamo alla ricetta dei giorni nostri.

 Ingredienti:

  • Farina 00;
  • Mandorle di varietà tipiche siciliane;
  • Zucchero semolato
  • Zucchero a velo
  • Strutto
  • Latte
  • Vino liquoroso siciliano
  • Uova
  • Frutta candita
  • Aromi naturali (scorza di arancia e/o di limone e/o cannella)

 

Preparazione: l’ impasto, ottenuto dalla lavorazione di farina 00, strutto, uova, latte, zucchero, vino liquoroso, aromi  naturali, viene ridotto in porzioni, modellato e farcito  con il ripieno di mandorla, chiamata “u chinu”. Il ripieno (“u chinu”), ottenuto dalla mandorla bollita, sbucciata e macinata addizionata con zucchero, aromi naturali, frutta candita (può essere arricchito con scaglie di cioccolato fondente). Le pantofole  vanno infornate e cotte alla temperatura di circa 200 C° per un tempo che varia tra i quindici e i venticinque minuti. Accompagnare il dolce con un vino liquoroso.

 

 

 

 

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