IL MIRAGGIO DELLA TERRA NELL’ ISOLA DEI CONTADINI, di Amelia Crisantino

Pippo Oddo

In occasione del 150° anniversario dell’ Unità anche in Sicilia ci sono state rievocazioni storiche, ma non ci sono stati nuovi studi: all’ ipotetico volenteroso lettore sono stati offerti compendi di storia politica, sintesi di quanto già si sapeva. E a parte Il Risorgimento in Sicilia di Rosario Romeo – che risale al 1950 e rimane il testo più valido – si tratta di libri prodotti da una storiografia vecchia perché culturalmente poco attrezzata. Per questo è una piacevole sorpresa Il miraggio della terra. Risorgimento e masse contadine in Sicilia (1767-1860) di Giuseppe Oddo – appena pubblicato nella collana Studi dell’ Istituto Gramsci siciliano (Sciascia, 405 pagine, 30 euro) – che va nella direzione di un rinnovamento delle categorie adoperate. Non è poco. La prima novità è l’ arco temporale, che si dilata sino a raggiungere il 1767. Cioè sino a includere il riformismo borbonico, che quell’ anno caccia dall’ isola i gesuiti e progetta di distribuirne le terre a «gente di campagna», così come sta accadendo nel regno di Napoli. Sono disposizioni in linea con la più avanzata cultura agraria europea, ma nell’ isola la loro applicazione incontra molte resistenze. I componenti della Giunta preposta a decidere le assegnazioni assicurano che la Sicilia è «scarsa anziché abbondante di abitatori», soprattutto manca la manodopera specializzata. Assicurano che le terre dei gesuiti è meglio darle a censo «a corpo sano», senza cioè frazionare le grandi tenute: nonostante da Napoli si ordinasse di dividere i fondi ai contadini, per gran parte delle terre la Giunta rifiuta di applicare le disposizioni regie. E quando – nel 1776 – il siciliano Giuseppe Beccadelli Bologna diventa primo ministro a Napoli, subito si affretta a scegliere per sé i feudi migliori: le terre erano già state distribuite, ma il potente ministro manda i soldati per cacciare i contadini; gli insolventi, anche per piccole somme, si ritrovano con gli attrezzi e i poveri arredi confiscati. La storia tornava a scorrere nei vecchi binari, il sogno della terra era di nuovo un miraggio. Così come sarebbe accaduto tante volte nel futuro, la Sicilia rifiutava la modernizzazione dall’ alto e opponeva ogni resistenza alle intenzioni riformatrici provenienti dal centro politico. In epoca borbonica si osteggiano le disposizioni di Napoli, dopo l’ Unità a essere respinte sono le leggi italiane. Edè ancora in opposizione a leggi che regolano la distribuzione dei feudi incolti che, nel secondo dopoguerra, verranno uccisi tanti sindacalisti. La novità del libro di Oddo è che approdiamo a qualcosa che somiglia a una storia sociale. Le pagine brulicano di personaggi ed episodi dimenticati o forse mai conosciuti, vengono attraversate le rivolte antiborbonichee quelle contro l’ Italia appena formata. E non sembri un’ eresia avvicinarle. Perché in Sicilia i due ordinamenti statali risultano accomunati dalla carenza di sostenitori, e molte buone intenzioni finiscono per essere vanificate. Nel 1816 il ministro Medici apre le porte della burocrazia ai ceti medi scolarizzati, conquista le città tranne Palermo e paga cara l’ ostilità della capitale. Nel 1860 gli interessi da tutelare sono ancora gli stessi, e anche i bisogni. Nei paesi i contadini accendono rivolte per ottenere la terra, le repressioni di Bronte con il processo sommario e le fucilazioni decise da Nino Bixio sono solo un esempio di quanto accade. Scoppiano ribellioni nel distretto di Cefalù, Termini, Corleone, Palermo: nelle zone interne i paesi sono tutti in rivolta, ma la rivoluzione politica rifiuta di trasformarsi in rivoluzione sociale. E nei paesi, dove non viene dato un obiettivo raggiungibile, le proteste ci mettono poco a degenerare in disordini tragicamente confusi. Oddo rievoca nel dettaglio quanto accade a Montemaggiore, dove i contadini rimangono quieti sino a quando le autorità promettono di risolvere la questione della terra. Poi la mancanza di prospettive dà il via a una piccola e feroce guerra civile che si conclude con un processo che potremmo dire «di classe»: un collegio giudicante composto da «soli galantuomini» condanna a morte 26 persone, 12 da fucilare subito, gli altri «con il beneficio della sospensione e la facoltà di invocare la clemenza del Dittatore». Il rappresentante di Garibaldi arrivato poco dopo può solo prendere atto delle fucilazioni,e dichiararsi disposto ad accogliere la supplica di quelli ancora vivi. I contadini, come accade a Castelbuono, chiedono la restituzione delle terre demaniali, il 2 ottobre 1860 occupano le terre già comunali usurpate di recente da qualche possidente. L’ esempio di Castelbuono si diffonde, a Corleone la partecipazione è tanto massiccia da richiamare le lotte mezzadrili dei Fasci siciliani nel 1893. O anche le occupazioni delle terre del 1946. È la storia vista dal basso, dove i tempi lunghi sono la regola di ogni cambiamento. Specie in Sicilia.

Pubblicato sul giornale “La Repubblica”  16 nov. 2011 – aticolo  di Amelia Crisantino 

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